Era una notte mite, in una stagione rigida e l’orologio analogico, appeso nella mia cucina, segnava le 2:30, circa.
Riuscivo ad intravedere il cielo per niente stellato, seduto comodamente sulla mia poltrona.
Quella non era una notte fatta per dormire, qualcosa me lo stava sussurrando negli orecchi, nonostante le mie palpebre, ogni tanto, cercassero di emulare le gesta delle saracinesche dei negozi di alimentari, il giovedì pomeriggio.
I bambini dormivano beati e Rachele si era impadronita di tutto il nostro giaciglio.